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Sovvenzioni ippodromi, decreto disastro

Abbiamo più volte detto che il decreto con i parametri per la distribuzione delle sovvenzioni ippodromi, pubblicato il 24 dicembre 2018, era di fatto il peggior testo scritto, nella già non brillante galleria di decreti, nella storia ippica italica.

Che poi questo stesso testo sia stato riproposto anche per il 2019 non denota la sua bontà ma solo l’incapacità, di ippodromi e ministero con vari veti incrociati, a far di meglio del nulla assoluto.
Di fatto gli ippodromi prendono la maggior parte dei soldi (95%) sulla base unica della media delle giornate di corse e dei partenti avuti negli anni  2016/2017/2018, quindi a prescindere da:

  • quanto svolto nel 2019 o che svolgeranno nel 2020
  • dalla qualità dei servizi resi agli ippici o al pubblico
  • dalle scommesse generate in ippodromo e fuori
  • dalla possibilità di fornire centri di allenamento o il nulla

Esattamente il contrario di quanto qualsiasi logica meritocratica possa prendere in considerazione.

In questi giorni stanno “fioccano” le sentenze del TAR Lazio, che bontà sua a distanza di “solo” alcuni anni invita il MIPAAF a rivedere il calendario di alcuni ippodromi che lo stesso ministero aveva unilateralmente modificato.
Quindi la base dei calcoli con cui sono stati remunerati gli ippodromi è stata giudicata illegittima dal TAR che invita il MIPAAF a “rimborsare” gli ippodromi penalizzati per quegli anni, falsando quindi tutti calcoli successivi.
Quel folle decreto ha poi dato un assist perfetto ad alcune società per chiudere gli ippodromi come centro di allenamento: se prendo gli stessi soldi anche se chiudo il centro di allenamento perché devo tenerlo aperto?
Chi ne paga le conseguenze sono ovviamente gli operatori ippici e di conseguenza tutta la filiera.
Gli operatori, infatti, sono costretti ad emigrare fuori dagli ippodromi con conseguente aumento dei costi di trasporto per andare a correre in quegli impianti dove prima erano di casa.
L’aumento dei costi porta alla diminuzione dei partenti perché, in alcuni casi, risulta economicamente non conveniente partecipare ad una corsa dove i premi più bassi, eventualmente conseguiti, non coprono i costi.
Meno partenti “reali” portano ad un calo delle scommesse quindi a un calo dei ricavi per la filiera che si troverà successivamente a sperare, con il cappello in mano, la testa china e la bocca muta, che i politici di turno allunghino il contributo pubblico a prescindere.
La scomparsa dei centri di allenamento in alcuni ippodromi va poi di pari passo con i tagli effettuati sulle strutture “di supporto” (servizi igienici, spogliatoi, bar, ristoranti, club house) per il pubblico e per gli operatori che, di fatto, contribuiscono a “desertificare” gli ippodromi e quindi ad allontanare i proprietari o i potenziali proprietari dal contatto con i cavalli e gli operatori.
Se l’obiettivo era dare il colpo di grazia ad un ippica agonizzante l’obbiettivo sta per essere raggiunto, altro che applaudire decreti venduti come base di rilancio dell’ippica.

Quando s’inizierà a discutere su come può essere rilanciata l’ippica?

RedBlack

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